Chi sono io dinnanzi all’infinito internet? – Ep. 1

L’identità è un processo dialettico fra almeno due persone diverse, senza confronto non c’è individualità. Ma come si costruisce l’identità se si è in relazione con internet e i suoi efficientissimi giganti digitali? Un piccolo viaggio in tre episodi dentro a uno flusso di pensieri in libera successione.

Qualche tempo fa, durante la pausa pranzo in Foresteria, feci una battuta politicamente scorretta; una vecchia barzelletta su una bambina senza braccia che non riesce a dondolare sull’altalena.

Ho sempre riso tantissimo arrivati al crudissimo colpo di scena finale ed è forse l’unica barzelletta che ricordo a memoria. Mai e poi mai però avrei pensato di suscitare tanto clamore: 

“Davide, questa barzelletta non è da te!”

“Non è da me”!? Sì che è da me, è clamorosamente da me!
È possibile che nell’ultima porzione di vita in ufficio io “sia stato” un’altra persona rispetto all’immagine che io ho di me stesso?
Ma che immagine hanno di me? 

Mi ripromisi che da quel giorno avrei cambiato la loro “dispercezione” e dato voce al Davide più grottesco, crudo e nosense che a quanto pare era rimasto fuori dal portone di Foresteria degli Autostoppisti. 

Non ne ho forse il diritto?

Colonna sonora di questo scorcio di articolo
Chi mi credo d’essere – Marlene Kuntz

Il controllo dell’immagine di sé

Nei giorni seguenti, quella conversazione ha continuato a macinare pensieri e su tutte, due domande:

Chi ha ragione, loro o io?

Naturalmente entrambi, la risposta è facile, non occorre aver letto Pirandello. La questione per me importante però è che se è vero che che quello che arriva agli altri è un  racconto di me a pezzi, a puzzle, frammentario, e che sono loro a ricostruirlo dandoci un senso unitario, identitario, è vero anche che questo stesso processo lo compio anche io stesso su di me, come fossi un mio spettatore. E quindi, arrivo al punto, io non so chi sono perché ce l’ho scritto nel sangue, perché lo sono, ma lo apprendo, lo capisco, lo ricostruisco, dovendo quindi necessariamente sottostare a tutte le regole sintattiche, semantiche, sociali della costruzione dei significati.

Ma che importa questo? Andiamo avanti, andiamo alla seconda domanda.

Alla luce del fatto che voglio cambiare la percezione di me che hanno i miei colleghi, significa che controllo le tracce che dissemino lungo la strada per indirizzare l’impressione che avranno di me? E allo stesso tempo, lo faccio anche con me medesimo? In sostanza, me la racconto?

The Presentation Of Self In Everyday Life by Erving Goffman. First published in the U.S.A. by Anchor Books 1959 Published in Pelican Books 1971. Creative Commons Attribution License.

La risposta è sì, ma non bisogna aver letto Goffman per saperlo.

Erving Goffman ha teorizzato la vita come il palcoscenico di un teatro, in questa rappresentazione quotidiana mettiamo in atto una serie di azioni per controllare le impressioni del pubblico e limitare quelle potenzialmente distruttive. Per ognuno dei nostri diversi pubblici abbiamo una rappresentazione e tendiamo a non farli interagire fra loro, a “segregarli” così da non sconfessare le differenti rappresentazioni.

[Goffman E (1997). La vita sociale come rappresentazione. Il Mulino].

Riassunto di un intero capitolo di Goffman:

Non far leggere ai genitori la chat del calcetto!

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Ma chi sono io di fronte a internet? 

La domanda viene da sé e ci porta un po’ all’attualità. Provo a proporre un piccolo ragionamento partendo dalla mia esperienza personale, e poi un gioco, che vedremo nel prossimo episodio.

Premetto: c’è ancora qualcuno che crede che il mondo lì fuori sia quello vero e il web produca un’esperienza di serie B perché a distanza e mediata da un apparecchio?  E c’è ancora qualcuno che crede che le piattaforme e i servizi online siano mere infrastrutture che non raccolgono informazioni durante l’interazione con esse?

Superate queste ovvietà, posso considerare Internet e i suoi mastodontici player come un mio pubblico e quindi chiedermi finalmente: come mi vede il signor Internet?

Chi sono per il motore di ricerca di Google?

No, non provate a cercare il mio nome e cognome su Google. Ci sono degli errori di gioventù che non so come cancellare. Devo solo ringraziare di aver superato l’adolescenza senza un diario pubblico che restasse ad libitum alla mercé del mio imbarazzo.

Scherzi a parte, la questione è seria.

Calabi Yau – I Cani

Qualche anno fa, un cliente per il quale stavo curando il posizionamento del suo sito nei motori di ricerca – quella che in gergo viene chiamata S.e.o. – mi chiese di eliminare dai risultati di ricerca una notizia molto ben posizionata che screditava l’immagine che si era costruito negli anni. Inizialmente la risposta fu “no”, poi lavorammo assieme per costruire pagine e siti meglio posizionati dell’articolo in questione. 

Poteva un solo aspetto negativo inficiare anni di buone pratiche e cura maniacale della relazione con i clienti? Sì, poteva, per il semplice fatto che un’azienda enorme negli Stati Uniti aveva deciso i criteri di accesso alla serp, la pagina dei risultati dei motori di ricerca, una nuova e potente piazza pubblica.

Ciò che non compare su Google, pressoché non esiste. Allo stesso modo, ciò che compare su Google, è una realtà più presente di altre.

Tornando a noi: come faccio quindi a esercitare il controllo delle impressioni sulla serp del motore di ricerca?

Alcuni riferimenti per approfondire il concetto del diritto all’oblio, il diritto di essere dimenticati. 

Diritto all’oblio, quale normativa, VOX osservatorio italiano sui diritti.
Diritto all’oblio, Garante della Privacy.
Cammino Diritto, rivista
Il diritto all’oblio e la gestione delle informazioni nella società iperconnessa, tesi di dottorato di Simone Bonavita, Università di Bologna.

24 hours of pure white screen

Chiudo questo primo episodio onorando la complessità: determinare chi e con quali motivazioni si possa cancellare una qualche notizia è controverso. Sembra facile schierarsi per il quando si deve cancellare il video di una sbornia finito per errore su youtube, ma se si trattasse di deindicizzare sentenze per reati di associazione a delinquere? Non è forse giusto che la collettività possa agevolmente tenere a mente la pericolosità di un individuo?

Ma se qualcuno chiedesse di cancellare la sentenza di un reato di associazione a delinquere per cui ha già scontato la pena in carcere, non avrebbe il diritto di costruirsi una nuova vita senza un così facile ricorso alla memoria?

Detto questo, i risultati di ricerca non sono ciò che Google sa di me, ma rappresentano il potere di condizionare l’impressione che le altre persone hanno di me.

Google, Facebook, Amazon e gli altri grandi attori del web hanno un’impressione di me molto più raffinata. Qual è? 

Ne parleremo nell’episiodio 2.

Davide

Davide

Laureato nel 2006 in Scienze della comunicazione a Padova, ha collaborato con alcuni quotidiani per le pagine di cronaca bianca, cultura e di eventi. Prima di diventare libero professionista ha lavorato nell'ufficio comunicazione di Arteven Circuito Teatrale Regionale veneto e per l'Ong Cuamm - Medici con l'Africa. Ha collaborato con Radiobue come autore radiofonico. Oggi si occupa di analisi dell'identità, strategie di comunicazione, indagini qualitative di mercato, copywriting, seo e social media. A breve sarà massaggiatore Shiatsu.

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